Le due verità

Era un risveglio di quelli che definisco perfetti. Provai ad aprire gli occhi ma subito li richiusi, infastidita dai raggi di luce che filtravano dalle fessure delle serrande dietro il mio letto. Mi mossi leggermente per assaporare meglio la morbidezza del cuscino ed il calore del piumone. Subito Niky, il mio gattino fino ad allora accoccolato ai miei piedi, mi venne vicino. Pigramente allungai una mano per accarezzare il suo pelo morbido e lo sentii ronfare di gioia. Rimasi così, in dormiveglia, a crogiolarmi negli ultimi scampoli di sonno, nel tepore della mia nuova casa e nella ritrovata libertà. Era appena un mese che….Questo pensiero mi svegliò definitivamente. Mi alzai di scatto provocando la fuga di Niky ed alzai la serranda lasciando che il sole di gennaio inondasse la stanza. Il micio fece capolino posando il musino bianco alla finestra che dava sul terrazzo.

-” Fa troppo freddo per uscire Niky…”

Il mio piccolo amico era stata la prima, piacevole sorpresa che avevo trovato al mio ritorno, sotto la “Micra” parcheggiata sotto casa. Un cucciolo di circa sei mesi, un batuffolo nero sul dorso e bianco su pancia, muso e zampe. Mi avevano attirato i suoi miagolii disperati in un giorno di pioggia torrenziale. Tutto bagnato ed infreddolito, aveva un’aria tenera e spaurita ed era stato amore a prima vista. Feci una doccia bollente ed infilai un paio di jeans con un maglione nero a collo alto e preparai una colazione a base di caffelatte e cornetto caldo con Nutella. Ero dimagrita tantissimo, avevo le guance scavate ed i miei occhi azzurri davano un non so che di “spettrale” alla mia espressione. Davanti allo specchio,  spogliata, potevo vedere ad occhio nudo le mie costole. Il seno da una terza rigogliosa si era drasticamente ridotto ad una seconda scarsa e tutto ciò che indossavo mi stava largo. Era una fortuna che fosse gennaio: forse per l’estate sarei riuscita a recuperare un pò di forme per la “prova bikini” alla faccia di tutte le diete. Meglio qualche rotondità di troppo che uno scheletro in movimento. Dopo aver mangiato e riposto la tazza nella lavastoviglie, versai un pò di croccantini nella ciotola di Niky che miagolò soddisfatto. Mi truccai leggermente per ravvivare il colorito e lasciai che i capelli castani cadessero sciolti sulle spalle. Infilai il giaccone nero di pelle ed uscii per il mio abituale appuntamento.

 

 

1 CAPITOLO

Rivedere Emanuele Serra  all’uscita dal carcere si era rivelata un emozione violenta. In primo luogo perchè finalmente ero libera, senza quelle quattro mura di contorno del parlatorio e poi……perchè era stato l’unico. L’unico ad aspettarmi. L’unico, in quegli anni da incubo, ad infondermi forza e coraggio , a non giudicarmi. Non ho mai avuto il coraggio di chiedergli se mi credesse colpevole ma qualsiasi cosa pensasse di me, so che mi voleva bene comunque. Qualsiasi cosa credessero gli altri per lui ero Fabiana. E basta. Questo pensiero era stato il mio conforto, la classica lucina bianca che mi aveva guidato nel tunnel nero della disperazione. L’unico. Perchè tutti, i miei compresi, avevano orrore di me. Anche ora che ero stata scagionata. Come se la Fabiana che tutti conoscevano si fosse dissolta mostrando la sua vera faccia. Non il minimo dubbio che io potessi essere quella di sempre, incapace di fare del male….no. Solo la certezza di aver commesso un terribile errore di valutazione.

Nel frattempo alcune cose erano cambiate: Emanuele si era sposato con mia sorella Cristina e questo mi aveva completamente disorientata. Sapevo che lui era da sempre innamorato di lei ma con altrettanta certezza conoscevo il totale disinteresse di mia sorella nei suoi confronti. Lui era il mio più caro amico, legato a me a doppio filo, il nostro rapporto speciale, al di fuori degli schemi. Evidentemente questo era bastato a mia sorella per farselo piacere, per dividerlo da me come per una rivincita. Non ero riuscita a gioire per lui, mi ero sentita tradita anche se ciò che provavo mi sembrava terribilmente ingiusto. Se lui era felice accanto a lei perchè non dovevo esserlo io? Poi l’affetto che Emanuele aveva continuato a dimostrare mi aveva tranquillizzata. Non lo avevo perduto!!

Cristina ed io avevamo sempre vissuto il nostro rapporto all’insegna della competizione da parte sua. Dalle bambole alla scuola, dalle amiche ai ragazzi, per non parlare dell’aspetto fisico. Sempre longilinea io, perennemente a dieta lei; castana con lunghi capelli io, taglio corto all’ultima moda biondissimo lei; sempre casual io, sempre curatissima lei. Eravamo agli antipodi e lei viveva tutto questo come una gara perenne: meglio la sofisticata Cristina o la scialba Fabiana? Ovviamente tutto ciò aveva finito con l’allontanarci. Niente chiacchiere complici, niente coalizioni tra sorelle, niente di niente!

L’arrivo al centro commerciale dove avevo appuntamento con Emanuele interruppe le mie riflessioni. Lo vidi agitare il braccio in segno di saluto e corsi ad abbracciarlo. Ci avviammo al tavolino del “nostro bar”, il solito delle ultime settimane.

-“Secondo me pensano ad una coppia di amanti…”

-“Come?”- risposi mentre mi accomodavo sulla sedia grigio scuro. Emanuele aveva un’espressione divertita sul viso.

-“Dicevo che ci vedono tutti i mercoledì, stesso posto, stessa ora..si saranno fatti un’idea…” – disse indicando con lo sguardo la cassiera dai capelli rossi che ci osservava tra gomme e caramelle scambiando occhiate eloquenti con il suo collega al bancone. Scoppiammo a ridere.

-” Come va?” – mi chiese.

_” Mi sto godendo la vacanza”- risposi ironica-“ma devo iniziare a guardarmi intorno per un lavoro…”

-” Senza fretta…..goditi ancora “il dolce far niente”…te lo meriti dopo tutto quello che hai passato…”

Il barista si avvicinò chiedendoci cosa desideravamo. Osservai Emanuele mentre ordinava due caffè. Era cambiato. Il bel  ragazzo dai bellissimi occhi neri, dai capelli castani sempre all’ultima moda e dal fisico palestrato, sogno di tutte le ragazze all’università, aveva lasciato il posto ad un uomo ancora più interessante. Alla prestanza fisica rimasta invariata si era aggiunta la maturità dei suoi trentadue anni. Attirava parecchi sguardi con la sua carnagione scura che lo faceva sembrare sempre abbronzato, merito per la verità anche di qualche lampada occasionale. Aveva carisma e savoir faire e questo lo aiutava moltissimo nel suo lavoro di agente immobiliare. La sua laurea di giurisprudenza giaceva al momento in un cassetto. Ripensandoci non mi sembrava più così assurdo che mia sorella alla fine avesse capitolato.

-” Cristina….lo sa che avevamo appuntamento?”

Facevo ogni volta la stessa domanda. Mi chiedevo come vivesse i nostri incontri. Non pensava mai di venire anche lei? Non lavorava, non aveva quindi impegni che la trattenessero. Non era mai venuta a trovarmi in carcere, ogni tanto avevo ricevuto qualche lettera con poche parole, sterili notizie su come stavano i miei e poco altro. Domande di circostanza su come “me la passavo”, se avevo bisogno di qualcosa. Sicuramente era Emanuele a perorare la mia causa ma lo strappo tra noi due era forse insanabile.

-“Sì”- rispose -” quasi dimenticavo…ti manda questo…”

Prese dalla tasca un pacchettino ricoperto da carta regalo color oro. Sorpresa, lo aprii con delicatezza e con le dita tremanti. Rimasi a guardare la scatolina verde con sopra impresso a lettere dorate il nome di una gioielleria. Feci scattare il pulsantino e questa si aprì scoprendo un delizioso ciondolo a forma di quadrifoglio. Con lo sguardo iniziai a vagare sui tavolini rotondi grigio scuro dove altri clienti consumavano le loro ordinazioni, sul grande ed immacolato bancone bianco dove il barista si affrettava a preparare quanto richiesto, sulle bottiglie disposte ordinatamente nelle mensole dietro la moderna macchina del caffè, sulle pareti scure ornate con scritte a stampatello bianche indicanti le specialità della casa, cercando di ricacciare disperatamente indietro le lacrime agli occhi che spingevano per uscire.

-“Mi ha detto di riferirti che è un augurio per la tua nuova vita…” – lo disse in tono sommesso, quasi di scuse. Posai la scatolina sul tavolino in ferro.

-“Beh….poteva non dico venire…ma….scrivermi un biglietto…o…..io….”- le parole mi morirono in gola. Emanuele prese le mie mani nelle sue.

-” Dalle tempo….a lei ed ai tuoi…”

-“Quanto? Quanto tempo servirà ancora?”- sbottai esasperata-” cinque anni non sono bastati per…”- non sapevo nemmeno io cosa dire. Perdonarmi forse? E di cosa? Io non avevo fatto nulla!!-” assolvermi da qualcosa che non ho mai commesso!!”

In quel momento arrivarono i caffè e mi girai dall’altra parte. Quando il barista fu lontano, Emanuele riprese il discorso.

-” Ti vogliono bene Fabiana…ora ti credono…”

-” Non…avrebbero potuto amarmi comunque? Non sono stata più loro figlia finchè hanno avuto il sospetto? Cinque anni che non li vedo e non li sento…e ora si puliscono la coscienza con una bella casa, una comoda utilitaria, un conto in banca al quale poter attingere….io avevo bisogno di loro, del loro amore, della loro presenza, della loro fiducia in me!!!”- avevo alzato la voce senza rendermene conto. Sotto gli sguardi curiosi della gente cercai di ricompormi sforzandomi di dominare il tremore che compariva ogni volta che mi innervosivo.

-” Lo so cucciolo….”- era quello il nomignolo con cui mi chiamava da sempre-” non posso chiederti di capirli….ma sono distrutti, tua madre non fa che piangere e tuo padre fa il duro…ma sta male anche lui..forse aspettano un cenno da parte tua….non smettere di amarli ”

-“Non ho mai smesso di amarli…ma perdonarli è tutta un’altra questione…”

Guardai Emanuele nei suoi profondi occhi scuri.

-” Dì a Cristina che il ciondolo mi piace molto…e che vorrei vederla.”

Lui annuì. Riposi la scatolina nella borsetta e sorseggiai il caffè ormai freddo.

 

2 CAPITOLO

Nei giorni seguenti iniziai a girare come una trottola alla ricerca di un lavoro. Che poi, in realtà, era il mio primo lavoro. Non avevo alcuna esperienza ed alla mia età, trent’anni, era penalizzante. Le commesse apprendiste non dovevano avere più di ventitrè anni, le cameriere già esperte, le segretarie conoscere non so quanti programmi ed usare la tastiera del computer ad occhi chiusi, senza contare il saper navigare in Internet ed avere una buona padronanza almeno della lingua inglese. Erano anni che non mettevo mani su una tastiera e della lingua inglese ricordavo a malapena “good morning”. Per fare la donna delle pulizie erano molto gradite referenze ed ovviamente non ne avevo se si escludono i servizi resi alle “patrie galere” nel programma di “reinserimento sociale”. Se aggiungiamo la mia fedina penale sporca, le possibilità si riducevano drasticamente. Restava una vasta scelta tra locali di quart’ordine per lavori serali e notturni senza alcuna tutela lavorativa. In questi casi era richiesta solo bella presenza e disponibilità a sopportare ogni tipo di avances. Non volevo arrivare a scelte estreme ma dovevo pur mangiare e i soldi che i miei avevano concesso in aiuto per i primi tempi non sarebbero durati a lungo. Non volevo subire l’umiliazione di andarli ad elemosinare. Avevo anzi l’intenzione, con il tempo,  di restituire tutto!

Dopo aver camminato invano per le strade del centro di Roma allargandomi a raggiera fino alla periferia senza aver concluso nulla, un pomeriggio entrai scoraggiata nel centro commerciale per consumare un caffè al mio solito bar. Non ero riuscita a trovare nulla nei punti più commerciali della città, non osavo pensare agli esiti delle mie ricerche in altre zone. Per distrarmi cominciai a vagare senza meta per i negozi guardando le vetrine. Che meraviglia girare liberamente!! Ammirai vestiti e gioielli; mi fermai intenerita davanti ad un negozio di animali per consolare un cucciolo di labrador che mi guardava con i suoi occhioni uggiolando; osservai divertita la vetrina di una cartoleria con i suoi gadgets più o meno simpatici, dalle penne più stravaganti ai romantici cuori rosa con ogni genere di scritta sopra . Ne avevo anch’io nella mia cameretta di adolescente, piccoli pegni d’amore insieme a morbidi peluches che ci scambiavamo tra amiche come segno di eterno affetto. Era semplice allora pensare che potesse esistere qualcosa come “l’eternità”…”per sempre” erano due paroline in cui credere ciecamente. La percezione dello scorrere del tempo sembrava avvalorare questo concetto: un giorno sembrava durare “una vita” e gli anni “dei secoli”. Poi , pian piano, le giornate hanno iniziato ad accorciarsi e gli anni a passare sempre più velocemente. Avevo la spiacevole sensazione che il tempo volesse sfuggirmi di mano. E quei cinque anni passati rinchiusa in quelle quattro mura erano stati sottratti alla mia vita..tempo prezioso che non avrei mai più recuperato.

Passeggiando arrivai davanti ad una libreria. Ho sempre amato leggere ogni genere di libri. In carcere ogni tanto, di straforo, arrivava qualche romanzetto rosa, di quelli che si acquistano a pochi euro alle bancarelle, con la copertina consumata e sbiadita dal tempo e dall’usura. Col tempo ottenni l’autorizzazione per frequentare la biblioteca. Chiudevo gli occhi e passavo in rassegna la grande libreria in noce a casa dei miei. L’avevano fatta costruire su misura per me e Cristina ma aveva finito per riempirsi solo con i miei classici, romanzi e racconti scritti da me che facevo poi rilegare per illudermi di essere una vera scrittrice. I libri di testo li avevo lasciati nella nostra cameretta e così, incassati nella grande parete, primeggiavano tutte le mie opere letterarie preferite. Con la mente li riproducevo in tutta la loro bellezza, con la copertina rigida immacolata, il proteggi copertina integro, ognuno con il proprio segnalibro. Piangevo nel ricordare tutto ciò ma erano proprio questi ricordi, i piccoli dettagli di una vita confortevole, la mia vita, a darmi la forza di non cedere allo sconforto. Entrai girovagando tra i vari scaffali: scienza, politica, narrativa, attualità…tutto era diviso per settori e le copertine colorate rendevano l’ambiente allegro e variopinto. Cominciai a scorrere vari titoli e lessi, tra gli altri, “Cento segreti per trovare lavoro”. Lo presi incuriosita per vederne in breve il contenuto. Forse mi proponevo nel modo sbagliato! Decisi di acquistare il libro. La signora alla cassa, una bella donna di mezza età con capelli e occhi scuri, mi guardò incuriosita.

-“Cerca lavoro?”

Trasalii. Non mi aspettavo che mi rivolgesse la parola. Se ne rese conto poichè aggiunse in tono di scusa:

-“Non volevo essere indiscreta..ma cerchiamo una commessa…”- disse indicando il libro. Solo in quel momento notai il cartello alla cassa.. Lavorare in una libreria….magari! Sospirai mettendo lemani avanti prima delle solite domande di rito.

-“Per la verità sì….ma non ho alcuna esperienza e sono fuori età media per apprendistati…”

-“Un pò sfiduciata vedo…-” sorrise-“non cerco esperienza, quella viene lavorando. Mi interessa la serietà e la gentilezza ….e nel suo caso c’è anche bella presenza, che non guasta mai…”

Le sorrisi a mia volta.

-” In questi giorni mi sono sentita ripetere sempre la stessa canzone. Il posto mi intereserebbe eccome.”

Continuò a parlare facendomi intanto lo scontrino fiscale:-” ho fatto numerosi colloqui, ma nessuno di questi mi ha convinto….io scelgo più che altro ad istinto. Per vendere libri devi amarli ed io ti ho osservato mentre giravi tra gli scaffali, come consultavi i titoli con interesse, come li maneggiavi, con estrema cura..” – era passata automaticamente al tu ed aveva un tono di voce dolce e pacato. Mi piaceva ed acquistai un pò di coraggio.

-” I libri per me sono cose preziose, averne in mano uno mi crea sempre grande emozione, aspettative…un pò come un appuntamento al buio..”- mi fermai arrossendo. Forse stavo dicendo cose inopportune. Ma Miriam Marsi, così si presentò, non ci fece caso. Elogiò invece la mia passione e mi informò sugli orari di lavoro. Otto ore lavorative con un’ora e mezza di pausa pranzo, due giorni liberi a settimana ma con sabato e domenica lavorativi per il previsto maggior afflusso di gente e stipendio più che adeguato. Era molto di più di quanto avessi osato sperare!! Ero sola, libera da impegni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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I Miei capelli

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con i miei capelli. Mi sarebbero piaciuti lisci, facili da pettinare. Oppure con boccoli appena accennati, morbidi. Ed invece no. Sono ribelli, non ricci ma tenacemente ondulati e tendenti al crespo, crescono in ampiezza prima che in lunghezza regalandomi un testone disordinato e, per certi versi, ridicolo.

Da sempre tento di domarli. Un tempo con mollettoni, ciuffi improponibili, messe in pieghe che duravano il tempo di un pomeriggio, sempre che non piovesse. Oggi abbiamo raggiunto una mediazione grazie a “Santa Piastra” ed a una bella dose di pazienza giornaliera che mi consente di raggiungere risultati accettabili.

Nonostante questo, li ho sempre amati. E li amo, lunghi. Li amo anche se mi hanno fatto il torto di diventare precocemente bianchi, tutti, e ciò mi costringe a tinte ogni 15 giorni che ho imparato a fare a casa per evitare di spendere un capitale dal parrucchiere che cambio, per inciso, in continuazione dato che tutte le volte, nonostante io dica di non potermi permettere costanti sedute sia per mancanza di tempo che di soldi, vengo invitata a non fare tinture “fai da te” oppure a rinnovare periodicamente colpi di sole o ad effettuare trattamenti “anti crespo”. Potrò decidere in pace cosa fare dei miei capelli?

Ma il vero disagio è legato ai miei ricordi di bambina. E a mia madre.

Ricordo le mie compagne di scuola delle elementari con lunghi capelli perfettamente ordinati, legati in code di cavallo, codini o lunghe trecce. Oppure tenuti sciolti e sistemati con mollettine di varie fattezze per non farli venire davanti agli occhi.

Per mia madre non esisteva assolutamente che io portassi i capelli lunghi. Se andava bene ed esclusivamente in inverno, concedeva il “caschetto”. Taglio perfetto se li hai lisci. Un disastro sulla mia testa. Guardavo con malinconia le acconciature delle mie compagne e sognavo anch’io i capelli ordinati legati ed ornati con i nastrini azzurri che facevano parte della divisa della scuola elementare che frequentavo. A casa mia non c’erano elastici per capelli. Così provavo, se la lunghezza me lo consentiva,  a farmi i codini con i soli nastrini, che ovviamente non reggevano. Ero ovviamente, irrimediabilmente, disordinata, con il mio testone senza un senso.

Come arrivava, la primavera decretava la fine di quel disordine: mia madre mi portava da un parrucchiere per bambini che si chiamava “La Scimmietta” (c’era una scimmietta vera in negozio, chiusa in una gabbia, attrazione peri bambini che allora non era proibita) e sanciva il taglio della mia chioma. Taglio corto, da maschietto. Sentivo ogni volta infrangersi, sotto il rumore delle forbici, il sogno dei miei capelli lunghi. Piangevo, urlavo, mi disperavo…ma non c’era verso. Per me era una vera tragedia, mi sentivo “diversa”. Mi vergognavo, venivo presa in giro dai miei coetanei. Ero una bambina chiusa, piuttosto timida e questo non mi aiutava. Il “calvario” è durato per tutta la mia infanzia ed è terminato grazie alla mia ferma opposizione solo all’inizio della terza media. E’ praticamente coinciso con il mio sviluppo.

Non si può dar colpa all’invalidità di mia madre: è vero, non vedeva e non avrebbe mai potuto occuparsi delle mie chiome ribelli. Ma non se ne era occupata nemmeno prima, quando ancora ci vedeva….è stata piuttosto una rivalsa alla sua, di infanzia. Aveva avuto infatti i capelli lunghi fino alle ginocchia per volere di mia nonna, che legava in grosse e pesanti trecce. La complicata gestione di una chioma così lunga l’ha alla fine nauseata. Raggiunti i ventuno anni tagliò i suoi capelli mano a mano sempre più corti fino ad arrivare al taglio cortissimo dal momento della mia nascita in poi. Non l’ho mai vista con un capello che arrivasse almeno fino al collo ma sempre con la sua classica acconciatura “a casco di banana” . Delle mie chiome non si occupava nemmeno mio padre e tantomeno le mie nonne: una troppo lontana, l’altra più vicina ma abitante comunque dall’altra parte della città. Mi ritrovavo così ad essere paragonata ad un maschietto. Mi sono rimasti impressi due episodi.

Il primo accadde nella scuola media dove mio padre insegnava scienze naturali e matematica. Aveva una riunione docenti pomeridiana e non avendo probabilmente nessuno a cui lasciarmi mi aveva portato con se’. Per me era sempre festa quando mi portava con lui. Venivo coccolata dalle sue colleghe, intrattenuta dalle sue alunne della scuola privata pomeridiana (ragion per cui, dopo un paio di volte decise di non portarmi più: nonostante mi mettesse in un banco a disegnare ero elemento di distrazione). Adoravo poi andare con la corriera piuttosto che in macchina. Durante il tragitto per Ladispoli perdevo tutta la mia timidezza e bastava che qualcuno mi rivolgesse la parola per sprigionare la mia fantasia: raccontavo di saper guidare, di aver avuto una sequenza impressionante di automobili (Fiat Cinquecento, Fiat 127, Ritmo, Alfa romeo Giulietta le mie preferite) provocando ovviamente l’ilarità generale.

Dunque: quel giorno anche una collega di mio padre aveva portato il figlio, più o meno della mia età (credo verso i cinque anni). Durante la riunione il mio momentaneo amichetto ed io non facemmo che rincorrerci sotto al tavolo, in mezzo alle gambe del corpo docente, sotto tutte le sedie della sala. Verso la fine il bimbo in questione volle fare la lotta. Io non ne avevo la benchè minima intenzione: quelle erano cose da maschi!! Alle prime botte che mi rifilò il tizio corsi in lacrime da mio padre che si avvicinò al bimbo chiedendo:- “che gioco è questo?”  -“La lotta”- rispose il bimbo. -“Ma non si fa con le femminucce…..vedi? Piange…” -e lui guardandomi incredulo:- “Chi? Quello piange?” Quello….mi aveva scambiata per un maschietto!!!

La seconda volta accadde al mare. A Fregene, presso lo stabilimento “Lido” che frequentavamo, feci amicizia (non so come, data la mia proverbiale timidezza) con un bambino che si chiamava Walter. Fu il mio inseparabile compagno di giochi per tutta la stagione, tanto che strinsero amicizia anche i suoi genitori con i miei ( e credo che fu l’unica volta, non ricordo altre occasioni in cui i miei si fermassero anche solo a chiacchierare con altre mamme o papà). Andavamo a caccia di lucertole, a fare i bagni in piscina o al mare, a costruire castelli di sabbia o a giocare con le biglie nella pista. Rimase proverbiale una frase che disse il papà di Walter al mio, il primo giorno che avevo giocato con il figlio, alla scoperta che quel simpatico bambino era in realtà una femminuccia: -” non capisco proprio dove sia la differenza…”- scatenando la stizza di mio padre che disse poi risentito a mia madre: “- la prossima volta gli faccio una lezione sull’anatomia maschile e femminile, così lo capisce dov’è la differenza!”

Ma nemmeno questi episodi avevano convinto mia madre che forse quel drastico taglio di capelli mi creava dei complessi facendomi sentire insicura, inadeguata….diversa.

Mi presento

Il mio primo blog….non so nemmeno quando mi è venuta l’idea di avere uno spazio tutto mio dove poter scrivere in pace i miei pensieri…..ho provato in passato tenendo dei diari…ma sono sempre stata discontinua e ho alternato periodi in cui scrivere era la mia valvola di sfogo preferita a momenti di totale disinteresse. Ma in quei black out si accentua il mio malessere, come se tenere dentro di me ciò che invece avrei bisogno di esprimere mi portasse inquietudine ed insoddisfazione. E poi, comunque adoro scrivere. Di tutto. Racconti, aneddoti di vita, stupidate….

Al momento non so nemmeno cosa desidero raccontare di me. Quindi procederò pian piano. Vediamo come va. Dove mi porterà questa nuova esperienza. Il tempo che riuscirò a dedicare. L’interesse che susciterà in me.

Non sono mai entrata in altri blog, quindi non ho la più pallida idea di come siano fatti, cosa ci si debba scrivere esattamente..presumo qualsiasi cosa si abbia il desiderio di esprimere.

Intanto inizio da qui. E conoscendomi, è già qualcosa.